Problemi di vista: come affrontarli nei bambini?

Occhio pigro, miopia e altri difetti visivi sono molto frequenti nei bambini. Come affrontarli e come distinguere le terapie efficaci dalle costose bufale?
Anna Rita Longo, science writer

C’è il bimbo che a scuola non vede bene la lavagna e quello che al parco fatica a riconoscere gli amichetti quando sono un po’ più lontani. I piccoli problemi di vista riguardano moltissimi bambini e portano con sé tutta una serie di dubbi per i genitori. Come comportarsi quando si sospetta un difetto visivo e come affrontarlo al meglio? Ne abbiamo parlato con Roberto Caputo, responsabile dell’unità di Oftalmologia pediatrica all’ospedale Meyer di Firenze, uno tra i centri più all’avanguardia per la cura dei problemi della vista nei bambini.

Accorgersi del problema
Il primo passo per aiutare un bambino a vederci meglio è, innanzitutto, accorgersi del fatto che qualcosa nella sua vista non va come dovrebbe. E a tal proposito, possiamo subito contare sul pediatra di famiglia. «Dovremmo essere felici e orgogliosi del supporto del pediatra di base che ci viene offerto dal Servizio Sanitario Nazionale», sottolinea il dottor Caputo. «I pediatri di famiglia ci offrono il loro supporto fin da quando i nostri bambini sono molto piccoli anche per quanto riguarda la vista, e la loro formazione li tiene costantemente aggiornati», aggiunge. E i controlli dei primi mesi potranno già mettere in evidenza alcune difficoltà. Poi c’è l’importante tappa dei tre anni, età in cui i bambini vengono solitamente sottoposti a visita oculistica. Ma di quali fattori è importante tenere conto? «Il primo è, senza dubbio, la familiarità: un bambino figlio di genitori che portano gli occhiali o nella cui famiglia abbondano i difetti visivi ha più probabilità di averne a sua volta», afferma Caputo. Ci sono poi altri campanelli d’allarme, come la difficoltà a riconoscere le persone da lontano o la necessità di avvicinarsi di più al foglio quando si disegna; in generale, tutti gli atteggiamenti che denotano difficoltà nella messa a fuoco delle immagini. In questo caso, una visita specialistica è senz’altro raccomandabile, anche prima dei 3 anni.

Quando un occhio è “pigro”
Non sempre, però, il comportamento del bambino ci aiuta a sospettare la presenza di un difetto visivo. Alcuni fattori di disturbo possono, infatti, mascherare il problema. «Di solito – afferma Caputo – non è difficile accorgersi di un problema che riguarda entrambi gli occhi, perché le difficoltà sperimentate dal bambino emergono in modo più chiaro. Ma quando il problema è quello di un occhio dominante, che lavora a spese dell’altro, è possibile, anzi frequente, che il bambino non mostri alcun sintomo». Si tratta di quella condizione clinica che si indica comunemente con l’espressione “occhio pigro”, ma che si chiama, in realtà, ambliopia. Ciò che accade è che un occhio (in assenza di problemi organici) funzioni solo in parte o non lavori affatto, “appoggiandosi” all’altro occhio, che lavora quindi per due. «In casi come questo, il bambino spesso non mostra alcuna difficoltà», sottolinea Caputo. «Talvolta si può notare la tendenza del bambino a tenere la testa un po’ troppo inclinata quando disegna, oppure si può avere un lieve strabismo, che, in questo caso, è un elemento positivo, che facilita la diagnosi, ma in altri casi i sintomi sono vaghi o del tutto inesistenti», aggiunge. In passato, perciò, accadeva che si arrivasse all’età adulta senza che l’ambliopia venisse mai diagnosticata e si riusciva anche a studiare e prendere la patente vedendo, di fatto, con un solo occhio. Ma un’ambliopia non diagnosticata può seriamente compromettere la qualità della propria visione, perché è solo quando entrambi gli occhi lavorano che le immagini ci appaiono tridimensionali e si riescono a valutare proporzioni e distanze. È anche per questo motivo che la visita oculistica dei 3 anni è così importante, anche in assenza di sintomi.

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